25 settembre 2014

Ancora di cibo e donne (e di libri)

In questo spazio virtuale non pubblico di frequente (per il fatto che scrivo anche altrove, a seconda degli argomenti: nei libri, nel blog del progetto La strada del cibo, nei magazine online che trovate segnalati nella colonna qui a destra). 
Quando ci scrivo, ultimamente scrivo di donne.
Donne e cibo sono un binomio naturalmente indissolubile, è retorico sottolinearlo, ma spesso il concetto sfugge: la madre è la prima fonte di nutrimento. 
Quindi: anche in questo post parlerò di donne.
Di un libro le cui protagoniste sono donne che nutrono, che amano il cibo, che lo usano come strumento di libertà e di sopravvivenza, fisica ed interiore.
Il libro in questione è Cuoche ribelli, pubblicato nel 2013 dalla casa editrice DeriveApprodi, e raccoglie tre distinti volumi pubblicati sempre dal medesimo editore nel 2001, 2002 e 2003.
L'ho scoperto su suggerimento di un amico libraio con la L maiuscola, ed acquistato tramite un altro amico libraio, di quelli sempre con la L maiuscola.
http://www.deriveapprodi.org/2013/03/cuoche-ribelli/
Arrivato casualmente in un giorno non casuale, il 1° maggio. Letto con voracità, riempito di pieghe agli angoli delle pagine (per ricordarmi quelle in cui ci sono passaggi particolarmente significativi... ma anche ricette che vorrei provare), di sottolineature, di appunti (che poi è il destino di tutti i libri che mi appassionano).
Un libro che fa drizzare le antenne ad ogni riga, di volta in volta fornendo risposte o ponendo nuovi quesiti. Che toglie il freno ai pensieri, liberi di correre in ogni direzione, di moltiplicarsi.
Rileggo, per esempio, alcuni appunti scritti di getto leggendo il diario/ricettario di Hannah, cuoca spartachista studentessa al Bauhaus, quando parla del suo maestro, l'immenso pittore Paul Klee. La consapevolezza che tutto è connesso. Una parola che rimbalza nella testa: grazia, ed un'immagine bellissima: ali.
Lo sfoglio, ed ecco le sottolineature, le annotazioni sulle tradizioni gastronomiche e sulla storia ispanica accanto alle parole di "Nadine" (nome di battaglia della cuoca repubblicana spagnola, appartenente alla Colonna Durutti. Il suo vero nome non lo conosceremo mai... e forse non è nemmeno importante: lei rimane). La sua storia è probabilmente quella che ho letto con più partecipazione, perché sono cresciuta in un tempo in cui la guerra di Spagna era ancora molto vicina, anzi, non la si poteva considerare conclusa davvero, perché la dittatura di Francisco Franco era ancora viva e vegeta; ricordo bene il senso di liberazione (molto vicino alla gioia) dei miei familiari (e del mio maestro: frequentavo la prima elementare) per la sua fine nel novembre 1975... insomma, in qualche modo fa parte della mia formazione.
E poi c'è la "cuoca impudica", anonima (ancora una volta) e disinibita protagonista della vita mondana parigina di inizio '900, donna per certi versi così vicina alle cortigiane di grande intelletto di cui già ho avuto occasione di scrivere... e le sue ricette spettacolari, emozionanti... Calata nella frenesia, nelle mode e nei modi del suo tempo, di cui però è anche osservatrice esterna, acuta, disincantata... e ribelle.
Tre figure femminili indimenticabili. Uno di quei libri che vanno dritti dritti nella biblioteca del cuore.

05 maggio 2014

Viaggio nei Balcani

Come molti di voi sanno (e come si può leggere cliccando sull'omonima immagine nella colonna a destra), dal 2011 curo, insieme al fotografo Nicola Fossella, il progetto La strada del cibo.
Per tre anni abbiamo concentrato la nostra attenzione sull'area balcanica, viaggiandovi più volte, raccogliendo materiale (immagini, storie, ricette e molto altro), e lavorando poi al libro.
Libro che, dopo lunga attesa, esce in questi giorni, e verrà presentato sabato 10 maggio, alle ore 18, al Salone internazionale del libro di Torino


Durante il Salone sarà possibile acquistarlo presso lo stand Kellermann (nell'area Casa CookBook: passate a trovarmi, sarò lì a lavorare come libraria per tutta la durata della manifestazione!) e allo stand Fidare (Federazione italiana editori indipendenti).
Dalla metà di maggio sarà in distribuzione in tutte le librerie.

13 aprile 2014

La minestra di Hildegard

Dalle cortigiane ad una religiosa: no, il passaggio non è drastico, specialmente quando si parla di grandi donne.
(Ad ogni buon conto, riallacciandomi al post precedente, ricordo che proprio Veronica Franco fondò a Venezia l'Ospizio del Soccorso per prostitute anziane ed indigenti con annessa chiesa. Si trova a Dorsoduro, lungo la fondamenta cui dà il nome, che collega campo dei Carmini a San Sebastiano).
E Hildegard von Bingen fu una grandissima donna, personaggio tra i più rilevanti della sua epoca (XII secolo).
Mistica con una visione olistica (visionaria anche in senso letterale), che potremmo definire "new age antelitteram"; profonda conoscitrice della botanica anche nel suo ambito terapeutico; autrice di trattati; manager (ad un certo punto si trova a dirigere addirittura due conventi, di cui uno da lei stessa fondato). Una donna che non si faceva spaventare dai potenti; morigerata ma scettica nei confronti della penitenza estrema (come certe forme di digiuno che portano solo danno a corpo e mente); egualitaria nei rapporti tra uomo e donna (di cui affronta anche l'aspetto sessuale, scrivendo tra l'altro del piacere femminile... una suora, in pieno Medioevo!).
Hildegard ha lasciato ai posteri un bagaglio enorme di conoscenze ed un'innovazione fondamentale: quella dell'uso del luppolo nella preparazione della birra. Già, perché noi si dà per scontato che nella birra ci vada il luppolo, che oltre ad essere un conservante naturale, le regala la caratteristica nota amara... ma non è sempre stato così.
Per conoscere meglio Hildegard, consiglio la lettura del libro a lei dedicato da Eve Landis, edito in Italia dall'editore Guido Tommasi. Non è una novità editoriale, la prima edizione italiana risale al 2000 (la mia è una ristampa acquistata nel 2005); ma è uno di quei libri che vale la pena avere nella propria libreria, perché di sicuro non resta lì ad occupare solo spazio.
Tra le altre, all'interno c'è una ricetta che per me è un classico della cucina di primavera: la minestra di ortiche e patate, tipica di molte aree d'Europa (il mio pensiero va inevitabilmente, prima di tutto, all'amata Irlanda...). Ora, direte voi, che ci azzecca con il luppolo?
Ci azzecca eccome, perché in questo periodo dell'anno, in questi giorni, non si raccolgono solo ortiche. Questo è proprio il momento del luppolo, che cresce copiosamente lungo le rive. E quindi, considerata l'importanza di questa pianta nella storia di Hildegard, era giocoforza apportare qualche modifica a quella ricetta...
Qualche giorno fa mi sono ritrovata con un "bottino" composto da asparagi selvatici (pochi, purtroppo), ortiche, tarassaco (la cui raccolta, con il caldo prematuro dei mesi scorsi, sta risultando difficile in quanto le piante sono già troppo avanti nella maturazione) e soprattutto tantissimo luppolo. Erbe depuranti, da trasformare in una saporita - e piacevolmente amara - minestra, doppiamente luppolosa perché cotta nella birra.


MINESTRA DOPPIO LUPPOLO

Ingredienti per 4 persone:

4 patate, possibilmente a pasta farinosa
un bel mazzo di germogli di luppolo e altre erbe spontanee
1 cipolla
33 cl di birra chiara
1/2 litro di brodo vegetale
olio extravergine d'oliva
sale (se il brodo non dovesse essere sufficientemente salato)

Sbucciare le patate e tagliarle a dadi. Mondare la cipolla e tritarla finemente.

Trasferire entrambe le verdure in una pentola adatta alla cottura della minestra, condire con due cucchiai d'olio e far soffriggere molto dolcemente per 5 minuti, tenendo la pentola coperta e rimestando spesso. Tritare le erbe ed aggiungerle insieme agli altri ingredienti; proseguire la cottura finché le patate saranno morbide. A questo punto, con un mestolo di legno, schiacciarle e disfarle un po', cosicché la minestra di addensi.
Salare se necessario.